• AL CUORE DI LEOPARDI/4

L'eterna insoddisfazione dell'animo umano

Il piacere delle cose terrene è circoscritto, ma l'animo umano cerca, per sua indole, una felicità che è infinita. In questo è in sintonia con il libro anticotestamentario di Qoèlet, con Manzoni e con scrittori del Novecento, quali Camus e Moravia.

Il colle Infinito

L’uomo, a detta di Leopardi, si contraddistingue per questo desiderio di felicità non finita, non limitata, non colmabile da piaceri finiti quali quelli che si incontrano nella vita reale. E ancora, la grandezza dell’uomo autentico consiste nel non recedere da questo desiderio.

Per usare le parole della celebre opera teatrale di A. Camus, Caligola, l’uomo autentico e grande è colui che non desiste dalla propria natura e continua a desiderare quello che sembrerebbe impossibile, ma che anche solo una volta è stato sperimentato e, di conseguenza, è diventato possibile, ovvero la Luna, così come afferma l’omonimo protagonista dell’opera teatrale. Nel dialogo con l’Imperatore Caligola Elicone cerca di informarlo sulla congiura che è stata tramata contro di lui. L’Imperatore non se ne cura e continua imperterrito a manifestare il desiderio del suo cuore: «Tieni presente che l’ho già avuta (la Luna). […] Io l’ho avuta completamente. Soltanto due, tre volte, è vero. Ma insomma sì, l’ho avuta. […] Io voglio soltanto la Luna, Elicone. So bene in che modo morirò. Non ho ancora esaurito tutto ciò che può alimentare la  mia vita. Perciò voglio la Luna… […] Se qualcuno ti portasse la Luna sarebbe tutto diverso, non è così? L’impossibile diventerebbe possibile e qualsiasi cosa cambierebbe, così d’un colpo. E perché poi Elicone non dovrebbe portarti la Luna». Per Leopardi questo desiderio dell’infinito, dell’impossibile, descritto così bene da A. Camus, è il sentimento più nobile per l’uomo, più elevato, più sublime: la noia.

L’uomo che vive con autenticità la propria esistenza non può recedere dalla condizione di ricerca e di domanda di felicità. Volersi bene e voler il proprio bene coincidono con questa domanda inesausta. Soltanto una rinuncia al proprio bene potrebbe portare l’uomo a non domandare più e a percepire meno il pungolo della noia, dell’insoddisfazione, del «desidero pieno». Fermarsi all’illusione, all’apparenza, non voler andare oltre e desiderare poco è una rinuncia al proprio bene come ben sottolinea Leopardi in una stupenda operetta morale, «Il dialogo di Malambruno e di Farfarello», una sorta di Faust in formato tascabile, di lettura rapida, ma non meno penetrante. Il protagonista invoca addirittura le potenze del male perché vuole essere felice. Farfarello, piccolo demone, non può rispondere all’annoso problema di Malambruno; neanche i demoni più potenti potrebbero. Allora Malambruno chiede che gli venga tolta l’infelicità; ma anche questo è impossibile, a meno che, risponde Farfarello, egli non smetta di volersi bene, cioè di desiderare una felicità piena.

Verrebbe così meno quella percezione dell’«oltranza» così ben descritta da Montale nella poesia «Maestrale», appartenente a Ossi di seppia: «O mio tronco che additi,/ in questa ebrietudine tarda,/ ogni rinato aspetto coi germogli fioriti/ sulle tue mani, guarda:// sotto l’azzurro fitto/ del cielo qualche uccello di mare se ne va;/ né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:/ “più in là!”».

Gli uccelli di mare se ne vanno e non hanno mai sosta. Non ci si può fermare, non si può smettere di cercare! Ogni fatto, ogni persona, ogni aspetto del reale sono un riverbero, anche se potente, di qualcosa che sta oltre, sono un invito, una provocazione, una sollecitazione ad andare oltre proprio perché «tutte le immagini portano scritto: “più in là!”». Come la bestia si accontenta del cibo per sopravvivere, l’uomo che vive ha come bisogno primario anche la felicità, una felicità che non ha limiti, né di durata, né di estensione. Scrive Leopardi: «L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perché ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita... Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come un piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo, trovi un piacere necessariamente circoscritto e senti un vuoto nell’anima, perché quel desiderio che tu avevi effettivamente non resta pago».

A questo punto alcuni potrebbero tacciare Leopardi di pessimismo, cercando di liquidare la portata delle sue considerazioni, senz’altro provocatorie per chi vorrebbe accontentarsi di un materialismo becero e poco riflessivo, senza porsi troppi problemi. L’analisi del Recanatese è, però, in questo caso più realistica che pessimistica e trova una conferma nella rappresentazione e descrizione della vita che ci offre Manzoni nei Promessi sposi. Una volta sposato con Lucia, Renzo va ad abitare in un paesino della bergamasca dove si crea una forte attesa per vedere quella donna per la quale il giovanotto ha passato tante traversie. Quando finalmente la sposa giunge in paese, le persone incominciano ad esprimere giudizi non sempre lusinghieri sull’aspetto della ragazza. Le voci girano finché qualche «amico» non pensa di riportare i commenti a Renzo. Questi mostra di aver tutto sommato mantenuto l’indole di un tempo, cova dentro di sé un’ira pronta ad esplodere. Ma, finalmente, Renzo ha la possibilità di cambiare paese e di comprare lì un filatoio assieme al cugino Bartolo. Ma i fastidi iniziano a farsi sentire anche lì. La vita dell’uomo non è mai perfetta, immune dalla sofferenza e dai problemi.

L’uomo desidera sempre indossare un vestito che non è il proprio, percepisce un’insoddisfazione, che è come un pungolo, anche quando sembra aver raggiunto l’obiettivo tanto agognato. Manzoni per rappresentare tale situazione esistenziale utilizza un’immagine icastica: l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire «qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». C’è una straordinaria sintonia tra Leopardi e Manzoni nella descrizione della natura umana e della situazione esistenziale in cui si trova l’uomo. Del resto, la stessa immagine del vecchio, infermo, è presente in Leopardi, nel «Canto notturno» (datato 1830, mentre la prima edizione dei Promessi sposi è del 1827): «Vecchierel bianco, infermo,/ Mezzo vestito e scalzo,/ Con gravissimo fascio in su le spalle/[…] Corre via, corre, anela,/ Varca torrenti e stagni,/ Cade, risorge». distanza dal cristianesimo.

C’è, del resto, anche una notevole sintonia tra la considerazione della condizione umana di Leopardi e quella del libro veterotestamentario del Qoèlet: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet,/ Vanità delle vanità, tutto è vanità./ Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno/ per cui fatica  sotto il sole?/ Una generazione  va, una generazione viene,/ ma la terra resta sempre la stessa […]./ Ciò che è stato sarà/ e ciò che si è fatto si rifarà;/ non c’è niente di nuovo sotto il sole […]./ Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, perché molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore». E ancora leggiamo in Qoèlet: «Quando mi sono applicato a conoscere la sapienza e a considerare l’affannarsi che si fa sulla terra - poiché l’uomo non conosce riposo né giorno né notte - allora ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole; per quanto si affatichi a cercare, non può scoprirla. Anche se un saggio dicesse di conoscerla, nessuno potrebbe trovarla». Certo, il libro di Qoèlet fornisce anche una risposta: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet/ e tutto è vanità […]/. Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto. Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male».