• IL PARADISO RITROVATO/ 18

L’ultimo esame per Dante: che cos’è la carità?

L’ultima prova cui sarà sottoposto Dante (è ormai scontato) riguarderà la terza virtù teologale, la carità che scaturisce dalla fede e dalla speranza. Incaricato di interrogare Dante al riguardo è san Giovanni evangelista. Che appare qui in come una luce accecante che Dante non riesce neppure a sostenere.

Dante Alighieri

L’ultima prova cui sarà sottoposto Dante (è ormai scontato) riguarderà la terza virtù teologale, la carità che scaturisce dalla fede e dalla speranza. Incaricato di interrogare Dante al riguardo è san Giovanni evangelista, «colui che giacque sopra ‘l petto/ del nostro pellicano» e che «fue/ di su la croce al grande officio eletto». Nel Vangelo di san Giovanni si racconta che nell’ultima cena sul petto di Gesù era reclinato il discepolo che il Signore prediligeva. Ancora san Giovanni ricorda: «E avendo Gesù visto la madre e, con lei, il discepolo che prediligeva, dice a sua madre: Madre, ecco tuo figlio. Poi dice al discepolo: Ecco tua madre». Nei bestiari medioevali Gesù eucarestia è associato al pellicano che, secondo una leggenda, si cava il sangue dal petto per nutrire i figli. 

San Giovanni appare qui in Paradiso come una luce accecante che Dante non riesce neppure a sostenere. Il santo invita il poeta a non fissare con troppo ardore la luce per distinguere quel corpo che giace ancora in Terra e che non si trova ancora in Paradiso. In anima e corpo si trovano nel Regno santo soltanto Gesù e Maria. Nel Medioevo si era diffusa, invece, la credenza, avvallata perfino da san Tommaso nella Summa Theologiae, che san Giovanni fosse stato assunto in Cielo con il corpo. La convinzione era stata, altresì, ingenerata dalla lettura del passo del Vangelo di san Giovanni in cui Gesù preannuncia il martirio a san Pietro mentre relativamente al discepolo prediletto dice: «Se voglio che lui resti fino al mio ritorno, che te ne importa?».

La conduzione del colloquio avviene, però, in forma differente rispetto alle precedenti prove. Infatti, l’apostolo da Gesù prediletto vuole cogliere subito l’essenziale e chiede, per questo, al poeta quale sia l’oggetto della carità. Dante risponde: «Lo ben che fa contenta questa corte,/ Alfa e O è di quanta scrittura/ mi legge Amore o lievemente o forte». Ovvero: «Il sommo bene, Dio, che appaga di sé questa corte dei beati […] è principio e fine di tutto quanto l’amore, a qualsiasi grado d’intensità, m’insegna e detta dentro». Invitato ad argomentare meglio, Dante aggiunge che il bene, in quanto tale, suscita amore: Dio, sommo bene, è l’oggetto primario dell’amore. Questa verità, continua Dante, è stata rivelata da Dio stesso quando dice a Mosè: «Io ti farò vedere ogni valore» ovvero «Io ti mostrerò il bene nella sua interezza».

Allora san Giovanni chiede se Dante si senta attirare verso Dio attraverso «altri morsi». Dante prontamente risponde che al suo ardore di carità hanno contribuito tanti sproni, dall’universo e dall’intera realtà (altrove chiamata come «il gran mare dell’essere») alla sua stessa esistenza, dalla morte patita da Cristo per la redenzione dell’umanità fino al desiderio della vita eterna che lui, poeta, brama ardentemente. Tutti questi pungoli lo hanno spinto dalle passioni illusorie all’amore vero. La carità proviene, quindi, dal Mistero profondo della realtà, cioè da Dio, e non può essere ridotta ad una misura umana in cui sia escluso il Mistero, non può essere ridotta a moralismo, solidarismo, assistenzialismo, buonismo. San Paolo lo ha sottolineato senza dar adito a dubbi nel suo monumentale inno alla carità quando scrive: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,/ ma non avessi la carità,/ sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante./ Se avessi il dono della profezia/ e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza/ e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne,/ ma non avessi la carità,/ non sarei nulla./ Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri,/ se dessi il mio corpo per essere arso,/ e non avessi la carità,/ non mi gioverebbe a nulla».

Senza la carità non serve a nulla aiutare i poveri, distribuire i beni, compiere quelle che chiamiamo «opere di carità». Che cos’è questa carità senza la quale nulla ha senso, nulla vale? «Deus caritas est» ovvero «Dio è carità». La vera carità proviene soltanto da un percorso di fede e di speranza, ovvero da un cammino di riconoscimento di Cristo come presenza viva, Signore del creato, unica risposta alla condizione e alla domanda umane, «via, verità e vita», strada per il nostro compimento. La carità proviene da questa consapevolezza del grido e della spaccatura che albergano nel cuore dell’uomo e della grazia (gratuità assoluta) che è Cristo per la nostra vita. È lui stesso la verità, la bontà e la bellezza. La carità non può fare a meno della verità, perché si tradurrebbe in “buonismo”, ma anche la verità non può prescindere dalla carità perché si ridurrebbe ad uno sguardo elitario ed esclusivo, senza alcuna capacità di abbraccio misericordioso. 

Papa Benedetto XVI ha parlato di caritas in veritate, cioè carità nella verità, «di cui Gesù Cristo s’è fattotestimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione». Solo la verità ci può rendere davvero liberi. Per questo motivo la carità non è una questione morale, ma ontologica, perché riguarda la nostra natura, la verità di noi stessi. Il superamento del terzo esame e il conseguimento della laurea in virtù teologali è sancito dal canto dei beati che in coro all’unisono intonano: «Santo, santo, santo! ». Dante potrà ora proseguire il suo viaggio verso la visione di Dio.

 

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