• IL PARADISO RITROVATO/ 13

Il talento personale è un dono al servizio di tutti

Il viaggio di Dante è quasi terminato, ritornerà sulla Terra, dove inizierà la sua vera missione nella vita ordinaria: dovrà avere il coraggio di essere poeta, di scrivere, di raccontare la verità. Questa sarà la sua vocazione, una chiamata iscritta nella realtà, a partire proprio dai talenti che gli sono stati donati.

Dante Alighieri

Cacciaguida ha profetato l’esilio a Dante, che viene così colto da un forte dubbio. Se dovrà abbandonare la casa, i parenti e gli amici più cari, presso quale corte troverà mai ospitalità se racconterà tutto quanto ha visto nei tre regni, dal momento che all’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso gli sono stati rivelati fatti che avranno per molti il «sapor di forte agrume». D’altra parte, Dante teme che, se non sarà testimone sincero della verità che ha visto, perderà la fama presso «coloro/ che questo tempo chiameranno antico», ovvero presso i posteri.

Insomma, il Fiorentino è preso una volta ancora dalla paura che l’aveva attanagliato all’inizio del viaggio, quando per pusillanimità e viltà, non ritenendosi all’altezza di Enea e san Paolo che avevano avuto la grazia di vedere l’aldilà, più volte aveva mostrato titubanza nel seguire Virgilio. Ora, il viaggio è quasi terminato, Dante ritornerà sulla Terra, dove inizierà la sua vera missione nella vita ordinaria: dovrà avere il coraggio di essere poeta, di scrivere, di raccontare la verità. Questa sarà la sua vocazione, una chiamata iscritta nella realtà, a partire proprio dai talenti che gli sono stati donati: in primis la capacità di comporre versi. È il grande dilemma della vita che in qualche modo, prima o poi, blocca tutti noi: dovremo scegliere in base alla convenienza economica (per Dante era trovare ospitalità presso i signori) oppure a partire dai talenti al servizio di tutta la comunità, per la felicità nostra e degli altri?

Cacciaguida non ha dubbi al riguardo e in tono perentorio risponde: «Coscienza fusca/ o de la propria o de l’altrui vergogna/ pur sentirà la tua parola brusca./ Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,/ tutta tua vision fa manifesta;/ e lascia pur grattar dov’è la rogna./ Ché se la voce tua sarà molesta/ nel primo gusto, vital  nodrimento/ lascerà poi, quando sarà digesta./ Questo tuo grido farà come vento,/ che le più alte cime più percuote;/ e ciò non fa d’onor poco argomento./ Però ti son mostrate in queste rote,/ nel monte e ne la valle dolorosa/ pur l’anime che son di fama note,/ che l’animo di quel ch’ode, non posa/ né ferma fede per essempro ch’aia/ la sua radice incognita e ascosa,/ né per altro argomento che non paia». In sintesi, le coscienze sporche saranno infastidite dalle parole di Dante. Pur tuttavia, la verità, di sapore sgradevole appena assaporata, diverrà poi nutrimento vitale, quando sarà digerita. Il poeta ha visto nell’aldilà anime di personaggi noti, perché gli uomini sono soliti prestare attenzione soltanto alla fama delle persone. 

Colpisce la fine psicologia del poeta che attraverso la figura del trisavolo ci spiega perché il Cielo abbia offerto alla vista del Fiorentino per lo più personaggi illustri. Dante non si scandalizza del fatto che l’uomo riservi attenzione solo a quanti sono famosi. È un tratto tipico dell’uomo e lo scrittore se ne avvale proprio per diffondere la verità. I retori si sono sempre giovati di exempla noti per catturare il favore del pubblico. Fin dalla più tenera età i bimbi si muovono per imitazione degli adulti che hanno dinanzi a sé e, poi, con la crescita diventano grandi attraverso modelli e maestri.  Colpisce una volta ancora il linguaggio fortemente concreto in un contesto etereo come quello delle anime splendenti e luccicanti del Paradiso. Cacciaguida ricorre più volte al campo semantico del cibo e, in particolare, anche all’ambito della digestione, che appartiene di solito ad un registro basso della letteratura. 

Nell’antichità tutto quanto riguardava il sesso e la digestione era riservato al genere più basso ovvero alla commedia e non poteva essere trattato in forma alta. La rivoluzione del linguaggio dantesco è grande: se nella vita di san Francesco Dante aveva utilizzato il lessico erotico per parlare dell’amore tra il santo e Madonna povertà, ora il poeta affronta addirittura il tema della verità, proprio nel canto centrale del Paradiso, con una terminologia che appartiene di suo ad un campo corporeo e materiale: «gusto», «vital nodrimento», «digesta», «grattar», «rogna». Come a dire che la verità non è un discorso o un pensiero, ma si è incarnata nella storia ed ogni volta deve diventare carne per ciascuno di noi, perché possa essere capita. Avrebbe scritto Emmanuel Mounier in una lettera del 3 gennaio 1933: «Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne. Questa sera ho la consapevolezza che non difendo una posizione…». 

Si noti pure come il gioco allitterante della “r” nell’espressione «lascia pur grattar dov’è la rogna» sia il correlato stilistico del fastidio provocato dalla verità. La risposta di Cacciaguida a Dante è di particolare attualità ai giorni nostri, quando sempre più spesso sentiamo parlare di passioni, ma raramente qualcuno ci sprona a scoprire i nostri talenti e a perseguirli. Siamo, infatti, immersi in una società in cui sembra che pochi li possiedano. Invece, come il Vangelo ci ricorda, ciascuno di noi ha almeno un talento. Possederne anche uno solo, ma scoprirlo e farlo fruttare produce molto di più che avere tanti talenti, ma tenerli nascosti. Scegliere partendo da una domanda su di sé e sulla propria felicità spalanca nella vita attese e prospettive insospettate. La risposta alla vocazione è una responsabilità di fronte a se stessi e agli altri. La vocazione non è, quindi, un’illuminazione interiore, bensì una chiamata concreta ad operare in un certo ambito, come Dante che è stato invitato da Virgilio alla sequela e da Cacciaguida a essere testimone della verità. Potremmo in un certo modo dire che là dove siamo, dove lavoriamo, noi tutti siamo chiamati a portare testimonianza della verità che abbiamo incontrato nella vita. 

La missione non finisce ora, qui su questa terra. Così scriveva santa Teresa di Lisieux, poco tempo prima di morire, quando era in agonia: «Sento che la mia missione sta per cominciare; la mia missione di far amare il Signore come io l’amo, e dare alle anime la mia piccola via. Se Dio misericordioso esaudisce i miei desideri, il mio Paradiso trascorrerà sulla terra fino alla fine del mondo». Allo stesso modo, la missione di Dante di annunciare la verità e di accompagnare l’uomo dalla condizione di peccato e di infelicità a quella della beatitudine attraverso l’esposizione della visione dell’aldilà continua nel tempo, ancora oggi, a settecentocinquanta anni dalla sua nascita.

 

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