• IL PARADISO RITROVATO/6

Giustiniano, anche gli imperatori vanno in Cielo

Dopo aver parlato dei mali di Firenze nell'Inferno e di quelli dell'Italia nel Purgatorio, Dante glorifica l'Impero che fu nel Paradiso, incontrando Giustiniano, l'imperatore d'Oriente del VI Secolo che raccolse e semplificò l'immensa legislazione romana, con un codice che è tuttora alle origini del nostro diritto.   

Dante incontra Giustiniano (mosaico di Signorini, 1965)

Siamo nel primo Cielo della Luna. Due dubbi si assiepano nella mente di Dante e Beatrice, che sa leggere bene il cuore del poeta, una volta ancora, prima che la domanda venga espressa, dissolve le nebbie. Dante vorrebbe sapere come sia possibile che la violenza perpetrata da un altro possa provocare meno beatitudine in chi la subisce e, in secondo luogo, dove ritornino le anime dopo la morte del corpo. Rispondendo prima alla seconda domanda, Beatrice rivela che le anime si presentano nei diversi cieli per rivelare il loro differente grado di beatitudine, anche se, in realtà, si trovano tutte nell’Empireo nella Candida rosa. Le anime che compaiono nel Cielo della Luna hanno un grado inferiore di beatitudine rispetto alle altre.

Ecco, poi, la risposta al primo dubbio: le anime che sono state intaccate dalla violenza altrui non hanno mostrato una volontà assoluta, altrimenti si sarebbero contrapposte alla violenza perpetrata da altri e, una volta rapite dal convento, vi sarebbero ritornate. Nascono, però, ulteriori perplessità nella mente di Dante che troveranno risoluzione nelle parole di Beatrice. Non è, però, questo il luogo per soffermarci ulteriormente sul primo Cielo.

Saliamo piuttosto con Dante e Beatrice al secondo Cielo di Mercurio ove si trovano coloro che hanno operato bene, ma per desiderio di gloria. Vi compaiono tante luci. All’interno di una di queste si intravede una figura umana. Sollecitata da questa e da Beatrice, Dante esplicita la sua domanda e chiede: «Non so chi tu se’, né perché aggi,/ anima degna, il grado de la spera che si vela a’ mortai con altrui raggi».

Il canto VI che seguirà conterrà la risposte. Ricordiamo che il poeta riserva al canto VI sempre una funzione politica. Nell’Inferno Dante aveva incontrato il conterraneo Ciacco e aveva affrontato il problema delle discordie interne a Firenze. Nel Purgatorio Dante aveva presentato i problemi che dilaniano da tempo l’Italia, si era scagliato contro il suo paese, ricordando, però, anche come fosse la patria dell’Impero e del Papato. Dante aveva ricordato, inoltre, che proprio l’Italia era stata la sede di un Impero che aveva ottenuto un’unità territoriale, politica e giuridica. Il poeta fiorentino aveva fatto, poi, riferimento anche all’opera legislativa di Giustiniano che riunì nel Corpus iuris civilis tutte le leggi emanate nello stato romano in mille anni di storia, facendo eliminare quelle superflue e ripetitive. Dante anticipa così il tema centrale del canto VI del Paradiso dove incontra proprio l’Imperatore Giustiniano. 

Chi fu Giustiniano? Nato nel 482 in Macedonia, ricevuta una buona educazione, Flavio Anicio Giuliano divenne imperatore nel 527 con il nome di Giustiniano, dopo aver sposato Teodora, che fu intelligente compagna nell’amministrazione dello Stato. Promosse una campagna militare di riconquista dell’Africa settentrionale e dell’Italia, riassestò l’amministrazione, convocò un concilio ecumenico a Costantinopoli nel 553 e riordinò, come ricordato, la legislazione con il Corpus iuris civilis.  

La risposta di Giustiniano a Dante occupa l’intero canto. All’inizio l’anima racconta che l’aquila imperiale passò nelle sue mani duecento e più anni dopo che la capitale dell’Impero passasse da Roma a Costantinopoli. Poi si presenta: «Cesare fui e son Iustiniano,/ che, per voler del primo amor ch’i’ sento,/  d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano./ E prima ch’io a l’ovra fossi attento,/  una natura in Cristo esser, non piùe,/  credea, e di tal fede era contento;/ ma ‘l benedetto Agapito, che fue/  sommo pastore, a la fede sincera/  mi dirizzò con le parole sue./ Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,/  vegg’io or chiaro sì, come tu vedi/  ogni contradizione e falsa e vera./ Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,/ a Dio per grazia piacque di spirarmi/  l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;/ e al mio Belisar commendai l’armi,/ cui la destra del ciel fu sì congiunta,/  che segno fu ch’i’ dovessi posarmi».

Con un efficace chiasmo («Cesare fui e son Iustiniano») l’Imperatore sottolinea che nell’eternità non contano le cariche che abbiamo ricoperto in vita: un imperatore può trovarsi all’Inferno, come Federico II, o in Paradiso, e in maniera analoga può accadere a papi, cardinali, vescovi. Saremo nell’aldilà senza maschere, mansioni, cariche, ricchezze, nudi solo con la nostra anima e con l’amore con il quale abbiamo risposto all’amore di Dio. Lo stesso Giustiniano aderì prima all’eresia del monofisismo, come ci racconta, credendo che in Cristo ci fosse solo la natura divina, e non anche quella umana. Soltanto grazie all’opera di papa Agapito si convertì. L’Imperatore aveva altresì intrapreso la guerra greco-gotica che poi affidò al generale Belisario («al mio Belisar commendai l’armi,/ cui la destra del ciel fu sì congiunta,/ che segno fu ch’i’ dovessi posarmi»). Si dedicò così a «l’alto lavoro», quello di togliere «il troppo e ‘l vano» «d’entro le leggi». Si allude qui alla stesura del Corpus iuris civilis. In realtà, l’opera venne realizzata da un collegio di giuristi presieduto da Triboniano. Dal 527 al 533 le leggi, le sentenze e i commenti del millenario diritto romano vennero semplificati tanto che tre milioni di proposizioni furono ridotte a centocinquantamila. Quattro libri divennero la base del nuovo diritto: le Istituzioni, il Codice giustinianeo, le Novelle e il Digesto. Giustiniano sta sottolineando l’importanza dell’unità dell’Impero, un’unità che non è solo di carattere politico, ma anche giuridico.

Già nel De monarchia Dante aveva riflettuto sulla necessità dell’Impero, giustificata dal fatto che l’unità imperiale permette la pace che è, a sua volta, la condizione indispensabile perché ciascun uomo possa perseguire il fine della vita umana, la felicità. In pratica l’Impero (oggi noi potremmo dire lo Stato) appare come strumento dell’uomo e della persona, non certo il fine. Dante insiste sul fatto che due sono i fini della vita umana, la felicità di questa terra e la beatitudine nell’altro mondo, ovvero la felicità per sempre. In questo contesto Dante sottolinea l’importanza della presenza di un’autorità morale e religiosa cui far riferimento, da lui identificata nel papato. Quindi, unità territoriale in una realtà politica unica e riferimento morale appaiono come la possibilità di garanzia di una condizione che permetta la crescita dell’uomo.

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